L'argine della Costituzione, di Paolo Beni Le reazioni di Berlusconi alla sentenza sul lodo Alfano segnano un'accelerazione nell'offensiva contro le istituzioni democratiche. Il tentativo di trasformare in senso autoritario la democrazia avanza da tempo, con la messa in mora delle rappresentanze sociali e degli spazi di partecipazione, lo svuotamento del Parlamento, l'abuso della decretazione d'urgenza, le leggi ad personam. Alla base c'è l'idea totalitaria del potere di un uomo insofferente del confronto democratico, deciso a ridurre all'impotenza ogni opposizione e a piegare le istituzioni al proprio interesse fino a forzare gli equilibri fra i poteri dello Stato. Quest'uomo è pericoloso per la democrazia, ha tutti i requisiti per un'avventura autoritaria: populismo, demagogia, culto della personalità. Ha corretto sul piano formale le prime reazioni scomposte alla sentenza, ma il suo intento non cambia: trasformare la repubblica parlamentare in una repubblica autoritaria fondata sul potere assoluto di un leader investito dal plebiscito popolare e svincolato da ogni controllo. Molti respingono con fermezza i reiterati strappi istituzionali, ma dimenticano che il primo vulnus all'impianto costituzionale sta proprio in quell'idea berlusconiana dell'investitura popolare che stravolge il rapporto fra cittadini e istituzioni. Piaccia o no, la Costituzione non è ancora stata cambiata, e il popolo non elegge nessun capo. La volontà popolare si esprime attraverso le assemblee elettive (Parlamento nazionale, Parlamenti regionali, Enti locali) e agisce mediante la relazione dinamica e costante fra istituzioni e corpi intermedi della società. Come prova la sentenza della Corte, è l'articolo 3 della Costituzione, quello sulla parità dei cittadini di fronte alla legge, il vero argine alla deriva autoritaria. Sono parole semplici e comprensibili a tutti. Dovremmo diffonderle in milioni di copie, perché il diritto all'uguaglianza è ancora violato ogni giorno in Italia. Per questo eravamo in piazza col movimento gay sabato scorso e ci saremo ancora il 17 ottobre al fianco dei migranti.
ROMA 17 OTTOBRE 2009 Piazza della Repubblica, ore 14.30
Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo. A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi. Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato di “immigrazione clandestina” e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.
Il 3 ottobre alle 15.30 in piazza del Popolo a Roma per la libertà di informazione
Dichiarazione di Paolo Beni, presidente nazionale Arci L'Arci aderisce e sarà presente alla manifestazione promossa dalla Federazione Nazionale della Stampa che si terrà sabato 3 ottobre alle 16 in Piazza del Popolo a Roma. L'associazione lo considera un appuntamento particolarmente importante, in un momento così delicato per la vita democratica del paese. E' in corso un attacco senza precedenti alla libertà di stampa e di opinione, tanto più grave in un'epoca di grande sviluppo dei sistemi comunicativi e di crescita del loro ruolo nella formazione della coscienza critica delle persone. Con ogni mezzo chi ci governa tenta di mettere a tacere non solo ogni voce di dissenso, ma anche chiunque tenti di dare una rappresentazione del paese reale, con i suoi conflitti e le sue difficoltà. In questi giorni testate importanti restie ad allinearsi hanno subito una vera e propria aggressione, fatta di querele e di campagne denigratorie, mentre sul servizio pubblico si sono compiute operazioni di riassetto destinate a svuotarne la funzione. E' necessario un segnale forte da parte di chi non vuole assistere passivamente a questo degrado, imposto con un'arroganza che lascia sconcertati. L'Arci si impegnerà perché il 3 sia un grande appuntamento di popolo, una prima risposta ampia e plurale a chi, forte del suo potere, vuole costringerci al silenzio, rendendoci tutti un po' meno liberi.
Terzo settore: il Governo ci ripensa, di Paolo Beni
Sommersa dalle proteste contro il provvedimento applicativo dell'articolo 30 del Dl 185, l'Agenzia delle entrate ha richiamato al tavolo di confronto il Forum del Terzo settore e l'Agenzia per le Onlus. Una ripresa di dialogo importante, non solo per le assicurazioni ottenute sulla proroga dei tempi e la conseguente possibilità di riproporre un emendamento al testo di legge, ma soprattutto perché l'Agenzia delle entrate ribadisce il carattere conoscitivo e non sanzionatorio del provvedimento, e la volontà di gestirlo in modo comprensivo e non punitivo. A garanzia di questa impostazione si è deciso di istituire un tavolo tecnico paritetico con la presenza del Terzo settore, per affrontare le tante problematiche emergenti in sede di compilazione del modello Eas e dei successivi controlli. Si riapre quindi la possibilità di una gestione ragionevole della vicenda, che non può che essere quella della concertazione con le rappresentanze del Terzo settore, strada che finora il Governo si era sempre rifiutato di praticare. Abbiamo già detto che non temiamo i controlli e non abbiamo immunità da rivendicare. Siamo i primi a voler fare chiarezza nel mondo del non profit, per isolare gli abusivi e tutelare l'autentico associazionismo e il suo valore sociale. Ma non lo si può fare partendo dall'approccio superficiale di questa norma, che denota una scarsa conoscenza e un ingiustificato pregiudizio nei confronti dell'associazionismo. Si vada a scovare l'evasione fiscale dove realmente è, e si smetta di vessare con inutili adempimenti burocratici chi si impegna per il bene comune del Paese. Per questo chiediamo al Governo di rivedere radicalmente l'operazione: nel metodo e nel merito. E sollecitiamo le opposizioni a non sottovalutare la questione. In gioco non ci sono, come si vorrebbe far credere, biechi interessi corporativi, ma la reale agibilità degli spazi di partecipazione e la stessa libertà di associazione. La manifestazione del primo ottobre, com'era giusto, l'abbiamo sospesa. Ma indietro non si torna, e vigileremo sulle scelte che emergeranno nelle prossime settimane.
Tutti a Roma sabato prossimo, in difesa della libertà d’informazione. Piazza del Popolo sarà gremita, la prima grande mobilitazione d’autunno.
Fino a poco tempo fa era impensabile che avremmo dovuto scendere in piazza per rivendicare i diritti costituzionali sanciti dall’articolo 21. Tanto più oggi, che viviamo immersi nell’orgia di opportunità di comunicazione offerta dalle nuove tecnologie; tanto più in un Paese così ricco di pluralismo, con decine di testate nelle edicole e centinaia di emittenti radiofoniche e televisive. Voci che però stentano a sopravvivere, strangolate da un mercato editoriale monopolistico e minacciate dall’enorme concentrazione di potere economico, mediatico e politico nella persona del capo del governo.
Un’anomalia tutta italiana a cui oggi si somma l’inaudita volontà persecutoria del governo contro ogni voce critica: dopo le denunce e le intimidazioni ai giornali, ecco l’attacco all’autonomia e all’imparzialità del servizio pubblico, in un crescendo sconcertante. Ultima perla, la scelta dei vertici Rai di stravolgere il palinsesto sospendendo la programmazione di Ballarò per far posto a una puntata speciale di Porta a Porta sulla ricostruzione in Abruzzo, protagonista il presidente del Consiglio.
L’ennesima autocelebrazione, praticamente a reti unificate, del governo e di Silvio Berlusconi, una indecente speculazione sulla pelle dei terremotati. Per la Rai, una decisione senza precedenti, che dà l'idea del regime mediatico in cuiè caduto il Paese: il servizio pubblico ridotto a megafono della propaganda di regime, qualcosa che ricorda in modo inquietante i cinegiornali del ventennio.
Ormai lo stato dell’informazione in Italia è una vera emergenza democratica. In discussione non sono solo i diritti dei giornalisti, ma quelli di un intero paese a sapere e capire, esercitare la facoltà di critica, l’autonomia di giudizio, la libertà di scelta. Ribellarsi, rompere il muro di menzogne con cui stanno addormentando la coscienza civile del Paese, è una necessità. Non solo per le opposizioni, ma per chiunque abbia a cuore i valori costituzionali.